REPORT

Dieta mediterranea

La dieta mediterranea per prevenire e ridurre il rischio di complicanze micro- e macrovascolari nel diabete mellito tipo 2

Presentato da:
Prof. Catherine Itsiopoulous
Head of School of Allied Health and Professor of Dietetics, LaTrobe University
Melbourne, Australia

A livello mondiale l’eccesso ponderale ha raggiunto proporzioni colossali con oltre 2,1 miliardi di individui obesi o sovrappeso, pari al 30% dell’intera popolazione1, e una prospettiva di crescita di tale percentuale fino al 50% entro il 2030.1 Altrettanto sconcertanti sono i 2000 miliardi di dollari (pari al 2,8% del PIL) necessari per la gestione economica complessiva del diabete e delle sue complicanze, quali le patologie cardiovascolari.1

L’ambiente “obesogeno” nel quale oggi viviamo è una probabile causa dell’incremento dell’obesità, e un ruolo negativo lo ha sicuramente svolto l’urbanizzazione con le sue occupazioni sedentarie, l’informatizzazione, la meccanizzazione e l’implementazione dei mezzi di trasporto. Cambiamenti significativi si sono verificati anche per quanto riguarda l’alimentazione, con la crescita esponenziale dell’industria del fast food che rende disponibili cibi altamente processati, ricchi di grassi, zuccheri e sale. Sono coinvolti in questo processo anche gli allevamenti e le coltivazioni: il bestiame viene allevato in maniera intensiva e alimentato con cibi ricchi di grassi omega 6 e scarsi di omega 3; i cereali subiscono trasformazioni eccessive impoverendosi di fibre, e arricchendosi di micronutrienti e sostanze fitochimiche.

Nonostante le pubblicizzate raccomandazioni di consumare elevate quantità di frutta e verdura, anche in Australia sta accadendo quello che si verifica in altre aree del pianeta. Secondo il Rapporto del Servizio Sanitario Nazionale Australiano 2011-20122, gli australiani consumano il 30% in meno di frutta e verdura rispetto a 15 anni fa. Inoltre, il 25% degli adulti non include la verdura nella propria dieta e solo il 7% della popolazione australiana consuma le 5 porzioni giornalieri raccomandate di frutta e verdura. Anche il consumo di noci e semi si è significativamente ridotto e ora l’australiano medio è arrivato a consumare 6 g di noci/semi al giorno invece dei 30 g al giorno consigliati. Dei 3 kg di alimenti e bevande assunti giornalmente, il 35% dell’energia deriva da cibi ad alto contenuto di grassi e zuccheri (torte, biscotti, alcolici, bibite e patatine).

Nel diabete è frequente osservare adiposità addominale, e questa produce una varietà di citochine potenzialmente infiammatorie che possono tuttavia essere contrastate con una dieta mediterranea, ricca di proprietà antinfiammatorie.

L’assai gustosa e tradizionale dieta mediterranea fornisce un rapporto ideale di grassi, carboidrati e proteine, tutti ricchi di antinfiammatori e antiossidanti. La dieta ha un basso impatto ambientale, è economicamente accessibile a un gran numero di soggetti e presenta un rapporto tra cibi vegetali e animali di 4:1; inoltre molti dei grassi contenuti sono ricchi di grassi omega 3 (Tabella).3

Una metanalisi “ombrello” ha analizzato 13 metanalisi di studi osservazionali e 16 metanalisi di trial randomizzati e controllati3, per una popolazione complessiva di circa 13 milioni di soggetti, focalizzate in particolare sulla dieta mediterranea e su 37 diversi outcome sanitari.4 I risultati hanno dimostrato convincenti evidenze benefiche per la malattia di Alzheimer, la demenza, l’incidenza complessiva di tumori e le patologie neurodegenerative.4 Risultati fortemente suggestivi sono stati identificati per mortalità complessiva, patologie cardiovascolari, cardiopatia ischemica, infarto del miocardio, incidenza/mortalità tumorale, deficit cognitivi e diabete. Sono state inoltre registrate significative evidenze anche per numerosi outcome sanitari.4

Un’altra revisione sistematica/metanalisi si è concentrata sull’aderenza a una dieta mediterranea e sul rischio di diabete.4 Nei dati relativi a oltre 122.800 soggetti, raccolti tra il 2007 e il 2014, si è osservata una riduzione cumulativa del 19% del rischio relativo di diabete di tipo 2.5

In Australia è stato inoltre osservato un paradosso che riguarda gli immigrati greci: essi presentano una mortalità inferiore nonostante abbiano profili di rischio cardiovascolare elevato, compresa un’elevata prevalenza di diabete. Per indagare più accuratamente tale paradosso sono stati analizzati i dati del Melbourne Collaborative Cohort Study, per stabilire se la dieta mediterranea riduca o meno la mortalità.5 In oltre 40.000 uomini e donne con diabete di tipo 2, di origine australiana e sud-europea, si è osservata una modesta, ma significativa riduzione della mortalità per unità di punteggio della dieta mediterranea (maschi 4%, femmine 6%).6

È stata valutata anche la prevalenza della retinopatia diabetica in maschi di origine greca (22%) rispetto a quelli di origine australiana (37%), e l’etnia greca è risultata associata a una probabilità inferiore del 68% di presentare retinopatia diabetica dopo aggiustamento per età, durata del diabete, HbA1c e altri parametri.7-8 L’odds ratio è risultato di 0,32 (0,10-0,99); r2 = 0,41, p = 0,047.7-8 L’etnia greca ha quindi confermato effetti favorevoli, rispetto ai pazienti di discendenza australiana, anche per il rischio di retinopatia diabetica.9

Per chiarire se i benefici della dieta mediterranea possano essere applicabili anche a popolazioni non mediterranee, è stato condotto uno studio randomizzato in cross-over riproponendo una dieta mediterranea tipicamente cretese in Australia. Dopo 12 settimane di dieta mediterranea in stile greco ad libitum vs. dieta abituale, si è osservato un cambiamento clinicamente significativo nell’HbA1c (-0,3) pari a una riduzione potenziale del 10% della mortalità per cardiopatia ischemica, nel diabete di tipo 2.10 È importante osservare che tali risultati non sono legati a calo ponderale.

Confrontando una dieta ipolipidica con una dieta mediterranea, uno studio di 6 mesi ha evidenziato -con la seconda- un miglioramento nei punteggi dell’indice infiammatorio nei soggetti con patologie coronariche, fornendo un’ulteriore dimostrazione delle proprietà antinfiammatorie della dieta mediterranea.11

La dieta mediterranea ha inoltre mostrato benefici nel miglioramento della steatosi epatica e della sensibilità insulinica in individui affetti da NASH (nonalcoholic steatohepatitis, steatosi epatica non alcolica). I soggetti che hanno seguito una dieta mediterranea hanno riportato una riduzione dei lipidi epatici pari a quasi il 40% rispetto al 7% dei soggetti che hanno seguito una dieta ipolipidica (p = 0,03).12 Si è inoltre registrata una maggiore riduzione delle concentrazioni di insulina sierica nei soggetti della dieta mediterranea (35%) rispetto a quelli della dieta povera di grassi (0%) (p = 0,008).12

Messaggi chiave

  • L’obesità mondiale ha raggiunto proporzioni colossali ed è in continuo aumento.
  • L’urbanizzazione, la crescita dell’industria del fast food, i cambiamenti nell’allevamento del bestiame e nella coltivazione dei cereali ci hanno catapultato in un ambiente più “obesogeno”.
  • La dieta mediterranea comprende cibi con proprietà antinfiammatorie.
  • In Australia gli immigranti di origine greca hanno mostrato una mortalità inferiore, meno eventi cardiovascolari e complicanze oculari rispetto ai soggetti di discendenza australiana.
  • Seguire una dieta mediterranea ha mostrato di ridurre i livelli di HbA1c, i lipidi epatici e le concentrazioni ematiche di insulina.


REFERENZE

Present disclosure: The presenter has reported that no relationships exist relevant to the contents of this presentation.

Written by: Debbie Anderson, PhD

Reviewed by: Marco Gallo, MD


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